Da Cassano d’Adda a Pavia lungo i Navigli di Milano

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Qualche tempo fa, quando ancora la pandemia era di la` da venire e le restrizioni negli spostamenti non erano neanche immaginabili, ero solito andarmene a spasso con la mia bicicletta – come del resto milioni di altre persone. Quasi tutti i giorni, tornato da lavoro, pedalavo da solo nelle campagne del cremasco; erano i momenti di quiete piu` attesi dopo una giornata frenetica. Dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato, non c’era giorno che mancassi al mio appuntamento con la “Poderosa”, la mia bicicletta rossa che nel 2006 mi condusse da Saint Jean Pie de Port a Santiago di Compostela. Si passava dalla fresca aria sottile di meta` marzo, gia` così carica di colori e profumi di fioriture, fino a quella greve e uggiosa di fine ottobre, quando le nebbie padane rendevano tutto indistinto ed ovattato, inducendo ad un placido e piacevole ottundimento. Le mie non erano corse, ma lente pedalate: un contrappasso volutamente cercato come risposta alla velocita` innaturale della nostra modernita`. Amavo ascoltare il vento che frusciava nelle mie orecchie e spesso – e per brevi attimi ovviamente – chiudevo gli occhi inspirando con forza l’aria briosa che mi soffiava sul viso. E questo mi regalava sensazioni d’alta quota, inebriandomi come nessun’altra cosa al mondo.

Quando invece mi trovavo con gli amici, quella pedalata solitaria e a tratti mistica, si trasformava in una festa, dove ogni partecipante concorreva a realizzare una rappresentazione collettiva. Terzani diceva spesso che non amava viaggiare in compagnia dal momento che poi si finisce per “fare conversazione”. C’e` del vero in questo, e purtuttavia devo ammettere che avere compagni di viaggio mi ha sempre regalato enorme piacere. Ed infatti i miei racconti di viaggio sono infarciti di storie corali. Come il racconto che segue, ovvero la pedalata lungo i Navigli di Milano, da Cassano d’Adda a Pavia.  

E così sabato mattina ho caricato borse e bicicletta sulla macchina e sono andato fino a Cassano d’Adda. Da qui ho raggiunto la pista ciclabile che costeggia il Naviglio della Martesana e sono partito alla volta di Milano. Il cartello segnaletico indicava 23 chilometri ed io, che avevo appuntamento con gli amici da lì ad un’oretta, mi sono detto: “Ma sì, anche col peso delle borse appresso, ce la posso fare”. La giornata era uggiosa, il cielo coperto e l’aria fresca. Meglio tenere su la giacca, ho pensato. Lungo la via pochissime persone in bicicletta. Inzago, Bellinzago, Gorgonzola, Cassina De Pecchi, i chilometri passavano e, guardando quelle acque che scorrevano placide, non potevo che pensare a quanta storia fosse transitata lungo quelle sponde, quegli argini, a partire dal 1460, anno della sua costruzione.

Mano a mano che proseguivo poi, oltre alle belle ville padronali affacciate sul corso d’acqua, si susseguivano le chiuse rinascimentali, grazie alle quali le imbarcazioni per secoli hanno superato i dislivelli: dall’incile di Concesa (Trezzo d’Adda) al bacino di San Marco, nel cuore di Milano, ben 19 erano i metri di differenza. Cernusco sul Naviglio, Vimodrone, Cologno Monzese, sempre più prossimo all’arrivo. A Cassina de Pomm, in prossimità di Via Melchiorre Gioia, la Martesana termina il suo percorso in superficie e s’interra. Il contachilometri segnava 28 (altro che 23…)

Da qui ho proseguito verso il centro di Milano. Mi ha fatto uno strano effetto transitare per Piazza Duomo con bici, borse e materassino arrotolato al seguito: i turisti mi guardavano con un misto di stupore e ammirazione. Come un moderno cavaliere, in sella al suo cavallo di ferro, diretto verso l’avventura. Ho seguito quindi Via Torino e ancora Corso di Porta Ticinese, con il suo tremendissimo acciottolato. Davanti alla Chiesa di Sant’Eustorgio, là dove si dice riposino le spoglie mortali dei Re Magi, ho incontrato Enrico e Lorenzo. Venti minuti di ritardo. Di Giovanna ed Elena nessuna traccia. Altri venti minuti buoni d’attesa e la combriccola si è riunita al completo. A quel punto siamo partiti tutti insieme in direzione ovest, seguendo le sponde del Naviglio Grande. Corsico, Trezzano sul Naviglio, Gaggiano: lasciataci alle spalle la grande metropoli, ci siamo immersi nella campagna dell’hinterland. L’aria era ancora fredda e il cielo coperto. A tratti qualche goccia di pioggia. Ad Abbiategrasso, il Naviglio si biforca: risalendo verso nord si arriva a Somma Lombardo, Sesto Calende, e quindi Lago Maggiore; verso sud si scende a Bereguardo e quindi Pavia. Quest’ultima la nostra via. Per l’altra sarà la prossima volta.

Il Naviglio di Bereguardo (che peraltro è stato declassato a semplice canale irriguo da che è stato aperto il Naviglio Pavese nell’800) è più immerso nella natura, nella campagna. La ciclabile, a tratti sterrata, costeggia grandi distese di risaie, campi di grano, frutteti, ed è silenziosa e lontana dal traffico. A Morimondo abbiamo fatto una deviazione per ammirare l’antica Abbazia cistercense. All’ora in cui siamo arrivati però era chiusa e così abbiamo deciso di attendere l’apertura concedendoci uno spuntino. E che spuntino: affettati misti, tagliere di formaggi, cipolline, peperoni… oltreché un vassoio bel grosso di sarde fritte! Che come si sa, è il piatto tipico di queste zone.

Dopo aver visitato l’abbazia abbiamo proseguito in direzione Bereguardo: destinazione il ponte delle barche sul Ticino. Qui c’è stato l’incontro con Davide e Sara. Era da molto che non vedevo il mio vecchio, caro amico e mi ha fatto piacere trovarlo in ottima forma e finalmente sereno e completo con la fidanzata al fianco. Dopo la sosta ci siamo avventurati lungo il sentiero che costeggia il fiume: banchi di sabbia, salite e discese scoscese, nugoli di zanzare agguerritissime. Un’impresa con tutto quell’armamentario appresso. A Zelata siamo tornati sulla strada e dopo una quindicina di chilometri abbiamo raggiunto Binasco: fine tappa. Sul mio contachilometri si leggeva 100.

Doccia veloce e via verso l’agriturismo per una cena con i fiocchi e controfiocchi a base di scottona piemontese e Chianti d’annata. Intorno al tavolo sedeva anche Anna, altra vecchia conoscenza, e il suo compagno Jona. A tarda notte ci siamo addormenta accampati come reduci di guerra. Con Mosè, il gattone castrato di Giovanna, che si aggirava inquieto tra materassini e giacigli di fortuna.

Il mattino seguente, dopo un’abbondante colazione, siamo partiti alla volta di Pavia. La nostra via maestra è stata ancora una volta il Naviglio Pavese. Lungo le sponde decine di pescatori sonnacchiosi. Quindici chilometri ad andatura piuttosto blanda ci hanno condotto fino al termine del Naviglio, là dove le acque, dopo una decina di chiuse maestose, tornano al Ticino. Seguendo il corso del fiume poi abbiamo raggiunto il famoso Ponte Coperto. Da qui verso il centro, avendo come prima visita culturale la splendida Chiesa romanica di San Michele. A quel punto, sebbene fosse ora di pranzo, abbiamo trovato i portoni aperti. Da poco si era concluso un funerale e così, siamo riusciti ad ammirare la sontuosità degli interni di questa meraviglia. Un breve spostamento poi ci ha permesso di guadagnare Piazza della Vittoria, con sosta gelato. Alle spalle della piazza c’è il Duomo, finalmente sgombro dalle impalcature per il restauro. Le sue porte tuttavia erano chiuse, e così abbiamo deciso di andare a riposare presso i giardini del Castello Visconteo. Una pennichella ristoratrice all’ombra degli alberi era quanto di meglio si potesse fare in quest’ora di caldo intenso. Una volta riposati abbiamo dato uno sguardo alla bellissima San Pietro in Ciel d’Oro (con la cripta contenente le spoglie di Sant’Agostino) e alla Piazza delle Torri.

E così, salutata Pavia, siamo ripartiti in direzione Certosa di Pavia. Altra visita culturale. Molti e molti anni fa ero già stato da queste parti, ma l’impatto visivo della facciata rinascimentale della chiesa rimane qualcosa di sconvolgente.

Si stava facendo tardi e così, dopo una rapida visita all’immenso chiostro immerso nel silenzio e nella quiete e uno spuntino veloce nell’area pic-nic, eccoci di nuovo in sella: direzione Milano. A Binasco ci siamo congedati da Giovanna ed Elena con la promessa di ritrovarci presto. La via del ritorno verso Milano è stata una lunga tirata a velocità sostenuta. Ai Bastioni di Porta Venezia ho lasciato Lorenzo ed Enrico (il primo diretto alla stazione di Porta Garibaldi; il secondo a Lambrate) e ho raggiunto nuovamente l’imbocco del Naviglio Martesana, dal quale sono giunto il giorno prima. Lungo le sue sponde tantissima gente, una marea umana di persone che passeggiava, corricchiava, andava in bici a velocità bassissima: sono i milanesi che si concedono una gita fuoriporta nel fresco della sera incalzante. Ancora una trentina di chilometri ed eccomi a Cassano d’Adda. Stanco, ma estremamente soddisfatto e felice. Il contachilometri segnava 95,8 (in due giorni 195,8 chilomentri: niente male, niente affatto male…).

Appena giunto a casa ho tirato giù la bici e mi sono accorto che la gomma posteriore era a terra…! Meno male che mi ha portato fino a destinazione prima di mollare: di cambiarla per strada non ne avevo proprio nessuna voglia.

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