Ma quanto gesticolano gli Italiani? In Italy, hands do the talking

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Fonte: http://www.nytimes.com/2013/07/01/world/europe/when-italians-chat-hands-and-fingers-do-the-talking.html?_r=0

Quando qualche anno fa feci la mia prima esperienza di guida (per l’esattezza “tour leader”) per una società americana che si occupava di cicloturismo, venni di colpo proiettato in un gruppo di una ventina di persone, quasi tutte statunitensi a parte qualche canadese, che non sapevano quasi nulla dell’Italia e dell’italiano. L’impatto fu decisamente forte, soprattutto dal punto di vista linguistico: finché si trattava di parlare con i newyorkesi o comunque persone provenienti dalla east-coast, vale a dire la parte degli Usa più culturalmente progredita, non c’erano grosse difficoltà; ma appena si andava su stati come il New Mexico o il Texas, be’ c’era da tribolare non poco per intendersi. Col passare dei giorni tuttavia, e per fortuna, il mio orecchio cominciò ad abituarsi a quella fonetica così diversa dal puro inglese di Oxford, e piano piano riuscii ad entrare in sintonia con questi clienti. Fu un bello scambio culturale quella volta: essi insegnavano a me le loro espressioni gergali, i loro modi di dire, ed io spiegavo a loro, per quanto era nelle mie possibilità, un po’ della mentalità e del modo di vedere il mondo di noi italiani. E così, ad esempio, scoprii che per loro dire “It’s a piece of cake”, non aveva valenza culinaria, ma significava: “È una bazzecola, una cosa di poco conto”; oppure l’espressione “I’m in the doghouse”, non aveva nulla a che fare con i canili, ma voleva dire: “Sono in un mare di guai”. Ecco, questo è conoscere veramente una lingua. Curiosamente poi, un giorno, ricordando una delle frasi mitiche di Giovanni Trapattoni, tradotta malamente da un film americano con il proverbio: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, cercai di capire se effettivamente si trattasse di un’espressione yankee. E così abbozzai qualcosa tipo: «Have you ever heard this expression: “Don’t say cat if you haven’t it in your bag”». Mi guardarono tutti come se fossi appena uscito dal manicomio del film Qualcuno volò sul nido del cuculo. Dal che ne dedussi che non bisogna mai dare troppa retta agli allenatori di calcio.

Un’altra cosa che incuriosiva molto gli americani era il nostro modo di gesticolare quando parlavamo. A dire il vero non ci avevo mai fatto caso a questa faccenda, e solo da quel momento, osservando con occhio critico i comportamenti degli italiani, scoprii che veramente il nostro linguaggio non verbale aveva qualcosa di fenomenale. E dunque, insieme ad un altro collega, un pomeriggio ci sedemmo intorno ad un tavolino da bar (eravamo in Val d’Orcia) e cominciammo la nostra lezioncina. Gli americani ci guardavano divertiti e a tratti, quando i gesti erano particolarmente curiosi, scoppiavano a ridere. Ad un tratto, il collega ed io improvvisammo un dialogo esclusivamente a gesti. C’era da schiantarsi dalle risate. Anche perché i gesti più comuni, quelli che usiamo tutti i giorni, hanno significati perlopiù tutt’altro che ecumenici. A fine tour, e con nostra grande soddisfazione, tutti i clienti d’oltreoceano erano in grado di gesticolare come, e forse meglio, di un gruppo di napoletani del Rione Sanità.

Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un lungo articolo sul nostro modo di esprimerci, fornendo una nutrita lista di gesti con relativo significato. Si va dal classico gesto che significa “Ok, perfetto”, ovvero mano da sinistra a destra tenendo pollice e indice uniti, a quello che vuol dire “Niente, non c’è nulla da fare”, cioè pollice e indice a elle, con rotazione del polso. Non manca poi il dorso della mano passato sotto il mento, per manifestare disinteresse; la mano di taglio sul fianco per dire “ho appetito”; le dita riunite a pera ed oscillate avanti e indietro per significare “Ma che vai trovando, che c’hai le pigne in testa?”. E così di seguito. Rachel Donadio, autrice dell’articolo, riporta le parole di Isabella Poggi, docente di psicologia dell’Università Roma Tre “Ci sono gesti che esprimono aggressività, desiderio, disperazione, vergogna, orgoglio. L’unica cosa che differenzia tali gesti dal linguaggio dei segni è che questi sono usati singolarmente e mancano di una sintassi completa”. La Poggi, tra l’altro ha catalogato ben 250 gesti usati abitualmente nella vita di tutti i giorni. Un vero e proprio vocabolario. Ma come si spiega questa nostra singolare particolarità? Una delle teorie di questa nostra facondia gestuale risiederebbe nella necessità, maturata durante i secoli di dominazioni straniere, di avere un linguaggio in codice che permettesse di non farsi capire dagli stranieri. Altra teoria risiederebbe nella necessità di riuscire ad attrarre maggiormente l’attenzione degli altri in luoghi particolarmente affollati (tipo le piazze di Napoli). Tra l’altro pare che siano state scoperte analogie gestuali tra le raffigurazioni presenti sui vasi greci e quelle in uso attualmente: a dimostrazione che tale linguaggio affonda le proprie radici nella storia dell’umanità. Con la singolare combinazione che i gesti restano identici nei millenni, mentre il linguaggio verbale si evolve. Come il gesto di lanciare baci con la mano: pare che già gli antichi romani facessero esattamente la stessa cosa.

Ad ogni modo è davvero incredibile quanto il mondo sia bello e vario, ed è bello immaginare lo stupore di un americano di fronte a gesti che per noi sono ordinaria amministrazione. Gesti o anche espressioni facciali e versi. Tipo questo: Roma, fermata dell’autobus, un turista americano chiede ai presenti a che ora dovrebbe arrivare l’autobus. Al che questi si guardano reciprocamente con espressione scettica, si stringono nelle spalle e rispondono: “Quando lo vorrà la Provvidenza”. E l’americano resta con il sorrisino sorpreso a mezz’aria perché non capisce. Che meraviglia.

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